MARIA ARRIA MALARA,
UN'ARTISTA FUORI DAL PALCOSCENICO

                                                                                           RAFFAELE DE GRADA


Ancora oggi la Calabria è una regione fuori dalle scene dell'arte italiana ed europea. Famosissima per i reperti archeologici questa regione non sembra che abbia lasciato ai suoi artisti gran che della sua grande tradizione greca e bizantina. Ma questo è un discorso teorico, non si possono certo mettere a confronto gli artisti calabresi di oggi con i bronzi di Riace.
Maria Malara ne ha coscienza e, forte di un mestiere sperimentato in anni di studio e poi di insegnamento al Liceo Artistico di Reggio e della lunga frequentazione con importanti artisti del nostro periodo, la pittrice si è chiusa in una intimità feconda dalla quale escono quadri di fiori che sentono ancora la fragranza della natura, improvvisazioni di frutta che conservano il gusto della scoperta ma anche paesaggi che dimostrano come la pittrice riesca a convivere in rapporto poetico con le pianure rotte dalla successione di grandi alberi che si oppongono con le loro macchie scure alla desolazione di terreni stepposi e ai rossi inauditi dei cieli.
I fiori della Malara hanno un gusto particolare, sembrano mazzetti colti apposta per essere offerti ai piedi di un altare e che lì, in questo atto di pietà, debbano appassire e consumarsi. A proposito di questi fiori è stato fatto da un critico autorevole come fu Marziano Bernardi, il nome di Tomea. Il Cadore di Tomea è tanto distante dalla Calabria della Malara. Ma tra i due esiste davvero una affinità: sembra che l'uno e l'altra obbediscano a un sentimento religioso del fiore che li costringa a una regola precisa per cui il colore non debba mai essere debordante e l'ingegneria della composizione (vaso, fiore, ambiente) sia tutta controllata in chiave di offerta più che di edonismo naturalistico.
Povertà, nudità, estrema semplicità della visione, questi sono i sentimenti bene espressi dalla pittrice reggina, una sedia isolata in una stanza borghese, che sembra dipinta da un iperrealista, un'altra sedia dipinta raffigurata in contro luce con una composizione assolutamente originale, sono altrettanti "ritratti" di questo oggetto di uso quotidiano, essenziali nella loro figurazione. Il tessuto tonale è basso ma non tale da impedire all'artista di arrischiare qualche invenzione formale come quando dipinge alcuni paesaggi di Calabria con grandi cieli arrossati dietro la lontananza di colline con effetti da Far West come quelli che il cinematografo ci presenta.
Questi paesaggi dai grandi cieli sollevati nel verticale della tela sono la parte più interessante dell'arte della Malara, certo la più nuova e la più raffinata di qualità. Specialmente in questi quadri si ravvisa un'originalità che viene alla pittrice dall'amore della sua terra di Calabria che è letta da lei senza confini, in orizzonti di una grande vastità. Quasi a difendersi da questi sconfinamenti della prospettiva altre volte la pittrice regola le sue fughe di cieli inquadrando le in una finestra e creando nella grata di un balcone una sorta di filtro sempre esperta di luminosità tonali.
Maria Malara viene da lontano: con un "uliveto" che ricordava Ciardo e De Grada senior vinse un primo premio a Reggio Calabria e questo bel quadro è conservato in quel Comune. È un quadro del 1961: da allora Maria Arria Malara ha fatto molta strada e molte mostre, ha cambiato anche stile fino alle cose più recenti di cui abbiamo detto. La struttura ferma, in composizione geometrica, dei suoi interni, i suoi fiori offerti come per un sentimento religioso, i suoi paesaggi che si addentrano nei misteri mitici della sua terra di Calabria pongono quest'artista in una posizione che la distingue non soltanto nella pittura del suo paese ma sul piano nazionale, con evidenza.

Giugno 1995

 

 
NOTE BIOGRAFICHE

La formazione di M. Arria Malara, nata a Reggio Calabria, iniziò nel 1932 presso la Bottega d'arte istituita da Alfonso Frangipane, laboratorio che si rivelò, da subito, vera e propria fucina di artisti. Successivamente frequentò l'Istituto d'Arte ed ebbe come docenti il napoletano Ugo De Palma, buon colorista; il siciliano M. M. Lazzaro, ricercatore dell'essenzialità, Daniele Schimdt, suggestivo paesista, Gaetano Corsini, attento disegnatore, Antonio Bonfiglio, scultore di talento, ed ancora i pittori, Arnaldo Salimbeni e Alberto Bonfà.
A Reggio, città lontana dai grandi centri e mercati d'arte, crogiolo di fermenti artistici fu la Biennale d'Arte calabrese, istituita da A. Frangipane sotto il patrocinio della società "Mattia Preti" che ospitò, fin dal 1922, artisti qualificati di tutte le regioni d'Italia. Si ricorda il gruppo veneto con Carena, De Pisis, Santomaso, Guidi, Vedova, Nomellini e Guttuso, la schiera napoletana da Ciardo a Brancaccio, e i calabresi Colao, Alfano, Cefaly, Monteleone, Savelli.
Determinante nella formazione di M. Arria Malara fu il pittore Vincenzo Ciardo le cui opere ispirarono gran parte del suo lavoro negli anni cinquanta e sessanta. Altro elemento decisivo fu il prolungato interscambio culturale con il pittore Felice Carena, sorretto da una profonda amicizia e da un continuo rapporto epistolare durato fino alla morte del grande artista.
Studiando le sperimentazioni e le ricerche di alcuni degli artisti affermati, il cui linguaggio si orientava verso un notevole processo di rinnovamento (dall'astrattismo, al cubismo, all'espressionismo, al realismo) e i cui risultati non potevano essere ignorati, M. Arria Malara ha preferito ai valori visivi, una poetica dell'arte, memore del grande insegnamento di Corot e di Turner.
Le prime esposizioni sono quelle di Palermo e di Messina negli anni Cinquanta, dove espone i primi due quadri di "fiori" subito venduti; seguite dalla mostra del "Mezzogiorno d'Italia" al Palazzo delle Esposizioni a Roma e dalla X Biennale d'arte calabrese, del 1951, inaugurata dal maestro Felice Carena. Negli anni Sessanta avvengono gli incontri con il gallerista milanese Stefano Cairola ed il pittore Pippo Rizzo; dal 1956 al 1986 partecipa a tutte le mostre di Villa S. Giovanni (ad eccezione del 1957 per gravi motivi familiari). L’orizzonte si allarga in relazione alle nuove esperienze degli anni Settanta e Ottanta con la tematica degli interni, finestre aperte su paesaggi, uliveti, visioni aspromontane; sono presenti i fiori e gli umili cardi in quadri sempre eseguiti con la tecnica ad olio su tela, tecnica mista e acquerello.
 Le prime personali risalgono al 1960 a Reggio e al 1962 a Taormina (Palazzo Corvaja), con la proposta di un gallerista milanese di acquistare tutta la produzione. Nel 1971 espone a Firenze (Palazzo Antinori) dove è apprezzata da illustri personalità tra cui la Direttrice degli Uffizi Luisa Becherucci, da Umberto Baldini e Angelo Spinillo, nel 1973 a Torino il critico Marziano Bernardi scrive una lusinghiera critica sulla «Stampa», nel 1974 a Milano, nella Galleria Montenapoleone incontra Dino Villani, Mario Portalupi, Luciano Budigna, Alberico Sala, Ignazio Mormino e a Mantova, Mario Cattafesta, Luigi Fraccalini e Domenico Cara, critici che scrivono della sua arte su giornali nazionali.  
Avendo insegnato fin dal 1939 presso l'Istituto d'Arte che l'aveva avuta allieva, ha continuato l'insegnamento presso il Liceo artistico "Mattia Preti" di Reggio Calabria dove nel 1983 le viene offerta la Mostra antologica "Maria Arria Malara attività nel campo dell'arte 1950 - 1980"
Nel 2001, in occasione del xxxv anniversario della fondazione del Soroptmist club, di cui fu socia fondatrice, le viene dedicata, sotto la presidenza di Rosalba Scali, la “Mostra Omaggio a M. Arria Malara” antologica 1950-2000 presso il Salone del Consiglio regionale della Calabria.

 

 

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