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   Della pittrice reggina Maria Arria Malara si sono scritte tante cose sulla sua arte. C'è chi vede nelle sue opere una trasformazione "degli abbandoni dell'animo in poesia", e c'è chi trova nei suoi temi "un linguaggio di dolente umiltà e un anelito di vita interiore". Altri sostengono che i suoi paesaggi, i suoi fiori, le sue nature morte, "a luci smorzate, delicatissime, attutite", sono la raffigurazione "di ricordi d'infanzia, che sempre sono dolcissimi"; altri ancora rileva il "sapore antico" del colore con il quale la pittrice riesce quasi a fermare il tempo.
   Molti hanno fatto vaghi accostamenti con Fiorenzo Tomea, Ugo Bernasconi,
Treccani e Morandi, ma nessuno, tra i critici che hanno seguito l'artista tra le gallerie d'arte di Reggio, Firenze, Mantova, Milano, Roma ed Atene, ha rivelato il messaggio spirituale che Felice Carena ha inviato, due anni prima di morire, alla delicata pittrice reggina. Non che la tematica di Maria Malara facesse riferimento o trovasse ascendenze con quella del grande Maestro veneziano. Si direbbe anzi che i due artisti fossero agli antipodi; uno con la pittura sonora, luminosa, di largo respiro, sonora nella composizione e corposa nelle nature morte, l'altra con le velature sottili.
   L'essenza dell' arte di Maria Arria Malara è nella religiosità quasi metafisica che promana dalle umili cose della vita, liricizzate dalla memoria.
   Guardando le sue opere è come se la pittrice avesse carpito per un attimo il silenzio crepuscolare per meglio intendere la poesia degli oggetti, quella poesia che sfugge sempre ai poveri di spirito.
   Ma la poesia di Maria Malara non poteva sfuggire a Felice Carena, che in un giorno di fine anno del '64, da Venezia, Le inviò per lettera, forse senza saperlo, quello che doveva essere il suo testamento spirituale.
Nell'attesa serena del trapasso, dopo una lunghissima vita intensa e dolorosa, interamente dedicata all'arte, il grande Maestro, scrivendo a Maria Malara, le ha consegnato il segreto della sua vita, un attestato di fede verso l'arte e verso Dio:
   «Cara e gentile amica. Grazie dei suoi auguri. Mi è dolce sapermi ricordato da Lei, che in questi anni non ho mai dimenticata e non la dimenticherò mai, - ma quando si è vecchi come sono io, anzi vecchissimo - è infinitamente consolante essere ricordati da giovani creature come Lei, colla quale, anche per poche ore, vi fu un pur bello legame poetico che mi rese più sereno il purtroppo breve soggiorno in questa sua indimenticabile terra.
   Anni sono passati, grandi dolori hanno colpito Lei - qualche dolore, benché più naturale nell' ordine delle cose - (la perdita del mio caro fratello sacerdote) ha colpito me.
   Molti anni sono passati ed ora nell'ultima estrema vecchiaia riguardo la mia vita, intensa, dolorosa piena di inquietudine. Scandaglio a volte anche crudelmente, il mio cuore - penso alle tante speranze giovanili, all' amore per la mia arte - a quell'arte che sempre mi ha salvato da ogni smarrimento - e sola certezza mi resta di aver molto lavorato e di non aver sprecato il dono di Dio -
   - Ho vissuto, ecco tutto, vissuto ed ora attendo sereno l'ora del distacco. Buon anno, dolce amica, buon anno a Lei e alle sue figliole e che Iddio vi benedica  e vi aiuti come sempre ha aiutato me ed ancora mi aiuta. Mi ricordi e mi ricordi a quella Sua amica di allora. Rachele Chiara, Felice Carena.»
   Ecco, con questo viatico, con questo messaggio inviato in Calabria, il grande Maestro si congedò dalla vita. Una vita di alti e bassi, di successi e di amarezze, di trionfi e di dimenticanze.
   Figlio di un impiegato e di una ricamatrice, era stato nominato per i suoi meriti artistici anche Accademico d'Italia con Marconi, Pirandello e Mascagni. La sua arte lo collocò tra i grandi del Novecento.
   E nessuno in Calabria, avrebbe potuto raccogliere più degnamente di Maria Malara, la "pittrice della intimità sentimentale", il messaggio artistico e spirituale del maestro veneziano.
   Maria Malara forse, ed a ragione, non vuole essere definita la "Pittrice dei Fiori" anche se il loro linguaggio, umile e dolente, può meglio significare il simbolo della nostra terra, ma noi siamo certi che uno di questi fiori, intinti nel colore della malinconia, la pittrice reggina lo ha dedicato amorevolmente anche al vecchio Maestro veneziano. 


Gaudio Incorpora

 

   Felice Carena (Torino 1879 - Venezia 1966) artista fra i più rappresentativi del '900, svolse la sua attività a Firenze, presso l'Accademia di Belle Arti, a Roma in qualità di Presidente dell' Unione Cattolica Artisti Italiani, a Venezia sua residenza di elezione, ma viaggiò e conobbe le regioni d'Italia portando sempre il contributo del suo equilibrio morale e del suo gusto raffinato anche in Calabria che definiva «indimenticabile terra». Dal 1908 al 1951, le rivolse la sua attenzione stimandola per la natura varia e attraente e per l'amicizia delle sue popolazioni. In un'altra lettera: del 1951, alla stessa destinataria, di cui sopra, scriveva «lo so con sicurezza che costi tra voi avrò pace, respirerò un' aria più mia, mi sentirò più italiano ancora ... pensi? costi è veramente l'Italia, quella che io amo con i suoi segni inconfondibili nelle cose e nei cuori». Ed in occasione di una conferenza a Reggio Calabria su Tiziano Vecellio, conferenza tenuta precedentemente a Roma all'Accademia di S. Luca, aveva detto già qualcosa di più importante: lo stimo questa gente meridionale che ha tramandato un atavico buon senso che le ha permesso di salvare i valori morali dai facili entusiasmi.» (N.d.D.)


18/BRUTIUM
Brutium anno  LXXI  N.2   Aprile-giugno 1992